5 domande a...

Settore Biotech: Europa occidentale terreno fertile per i capitali privati

Il settore delle biotecnologie non ha perso appeal nel corso del 2018. A confermarlo a Money.it è Stefan Larson (nella foto), Partner e portfolio manager, Private Equity di Sectoral Asset Management.

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Alessio Trappolini

Il settore delle Biotecnologie ha vissuto un periodo intenso dal punto di vista dell’M&A. A che punto siamo?

L’indice NASDAQ Biotechnology è risalito verso il livello record del 2015. Il vero driver del settore, tuttavia, continuano ad essere le operazioni di M&A e le IPO. L’attività di M&A nel settore ha raggiunto il picco nel 2017, con un’attività leggermente inferiore nel 2018. Ritengo ancora valida la tendenza di lungo termine che ha interessato il settore big pharma da inizio millennio, ossia quella di rimpiazzare i costi sostenuti per la ricerca con un’intensa spesa per operazioni di acquisizione. È improbabile che questo trend possa invertire velocemente. Per quanto riguarda le IPO della biotecnologia, il settore continua ad attirare l’appetito del mercato senza sosta, con valutazioni mediane più che raddoppiate negli ultimi 5 anni.

Come sono cambiate le strategie d’investimento delle società Nordamericane alla luce dei cambiamenti nelle politiche sanitarie negli Stati Uniti?

Il periodo trascorso dalle elezioni federali degli Stati Uniti del 2016 ha visto molta retorica politica su argomenti importanti per il settore delle biotecnologie, tra cui: abrogazione Obamacare, politica fiscale sui profitti rimpatriati, prezzi dei farmaci con obbligo di prescrizione medica e libero scambio. Il livello di azioni concrete su questi potenziali promotori del settore è stato finora relativamente ridotto. I dirigenti biopharma nordamericani continuano a concentrarsi su farmaci innovativi ad alto valore che migliorano gravi malattie umane, specialmente in materia quali l’oncologia, l’immunologia e malattie genetiche rare. I progressi in queste aree sono positivi per i pazienti e dal punto di vista degli investitori hanno avuto una pressione sui prezzi relativamente bassa.

I tre indici benchmark per i vostri fondi hanno fatto segnare andamenti opposti quest’anno. Quando si chiuderà questo gap?

L’ultimo trimestre ha visto un aumento dell’11,5% nell’indice MSCI World Health Care, mentre l’indice complementare dei mercati emergenti è sceso del 7,1%. Sud Africa, Hong Kong e Cina hanno in particolare sottoperformato questo trimestre. A più lungo termine, le aziende sanitarie dei mercati emergenti trarranno beneficio dalla forte crescita delle spese sostenute dall’amministrazione pubblica e dall’assistenza sanitaria.

L’industria Biotech italiana è molto esposta verso l’estero. Lei intravede opportunità d’investimento in questo settore in Europa?

Dal punto di vista del private equity, trovare investimenti interessanti a valutazioni ragionevoli sta diventando difficile in mercati statunitensi saturi come Boston, San Francisco e San Diego. L’Europa occidentale ospita una ricerca scientifica di alto livello e ben finanziata e un ampio bacino di ricerca e sviluppo e talento manageriale nel settore. Tuttavia, una storica carenza di venture capital in Europa ha portato molte società private di biotecnologia a rimanere sotto-finanziate, creando opportunità di investimento. Esistono diverse strategie per ottenere rendimenti nelle società biotecnologiche europee. La più immediata è la Pipe, che è l’acronimo di Private investment in public equity (investimenti privati in società quotate di piccola e media dimensione, ndr) con successiva quotazione sul listino Nasdaq. Costruire organizzazioni transatlantiche per attingere talento e capitali nella costa orientale degli Stati Uniti e reperire programmi e risorse da istituti accademici europei e perseguire l’R&S in Nord America. Gli investitori più attenti e con solide reti relazionali in entrambe le aree geografiche sono nella posizione migliore per sfruttare questa strategia di investimento.

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